Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza
Definire che cosa si è è operazione difficile forse più di ogni altra.
Specialmente ai nostri giorni è molto più facile trovare chi cerca di definire la propria identità dicendo ciò che non è, contro che cosa è, oppure, ex silentio, non dicendo niente di significativo. Quando poi si tratta di politica, trovare qualcuno che ti dica chiaramente ciò che pensa, senza provare a tenere i piedi su più staffe e senza omaggiare il “politicamente corretto” è quasi impossibile. Tuttavia voglio provarci, pur essendo consapevole che, dalla mia posizione di volontario esilio dalla politica intesa nel senso di militanza in un partito, l’impresa è quanto mai ardua. Forse a qualcuno aiuterà sapere della mia formazione e di otto anni di militanza nel Fronte della Gioventù a Pisa. O forse questo potrebbe ulteriormente confondere, anche se credo che la realtà del FdG fosse molto più chiara e “solare” ideologicamente di quanto non siano oggi le sue derivazioni. Ed è per questo che credo sia necessario, volendo pensare bene la propria natura politica, cercare di “definire” sinceramente e apertamente cosa ci si sforza di essere o come si vorrebbe diventare.
Purtroppo la communis opinio che c’è in Italia di che cosa sia la destra non aiuta. C’è troppa confusione in merito. E l’immobilismo di questo periodo della coalizione di partiti che si richiamano, in modo spesso ambiguo, purtroppo, ai valori della destra confonde ulteriormente. Proprio per la natura stessa della destra, che è tutt’altro che immobile.
E a molti di noi non piace neanche molto essere definiti “di destra”, anche se poi lo accettiamo, un po’ per semplificare, un po’ in antagonismo. Ma occorre premetterlo: nella dicitura “di destra” ci sentiamo “costretti”. Tuttavia per comodità, utilizziamo pure questa espressione, dato oltretutto che spero di far luce su che cosa essa significhi.
In questi casi occorre rifarsi da qualcosa, che si ritiene particolarmente significativo. Credo che se dovessi scegliere una singola definizione del nostro essere “di destra”, opterei, pur rischiando fraintendimenti, per la seguente: “Essere di destra significa amare profondamente ciò che si è”.
Questo dice tutto e niente. Scendiamo nel dettaglio…
Amare la propria terra e volerla valorizzare e proteggere. Amare la propria civiltà e la propria cultura e volere salvaguardarle e affermarle con orgoglio e dignità.
Amare i propri pregi e anche i propri limiti e volere far conoscere i primi, senza permettere che vengano corrotti, e volere superare i secondi, senza permettere che ce ne venga fatta una colpa.
Amare l’Occidente tanto denigrato da molti degli stessi occidentali, l’Occidente con la sua storia tutta, fatta di luci e ombre, e con la sua troppo spesso dimenticata spiritualità, volendo comunque guardare a quell’Oriente civile oggi martoriato dal fanatismo islamico.
Amare il Nord con le sue leggende e i suoi grandi valori, senza dimenticare il Sud bisognoso di una solidarietà vera e risolutiva e non del buonismo e dell’assistenzialismo pacifinto.
Amare Abele e pretendere giustizia effettiva per Caino.
Amare la tradizione, volendo sfruttare con intelligenza la modernità e la tecnologia senza farne degli idoli.
Amare le piccole cose semplici e rifiutare consapevolmente le mode esterofile e globalizzanti, che appiattiscono ed eliminano le differenze, vera ricchezza dell’umanità.
Amare l’uomo nella sua complessità e non solo la persona numerificata.amare la comunità, oltre ogni individualismo egoistico e ogni anonimo collettivismo, entrambi figli della stessa meretrice: il materialismo.
Amare la libertà, sapendo che essa è qualcosa di molto più articolato e bello della facile, comoda e anarcoide “assenza di regole”.
Amare quelle parole che oggi, soprattutto tra i giovani, sono diventate parolacce, ma che tali non sono: “dovere”, “sacrificio”, “lavoro”, “fatica”, “onore”, “dignità”.
Amare fare dopo aver pensato e non fare e basta per il capitale o filosofare e basta con la boria elitaria di ascendenza marxista.
Amare combattere con serietà, sincerità e gratuitamente per i diritti umani di tutti, per lontani e diversi che possano essere, sapendo che le battaglie sulla e per la “pelle” degli altri sono le più sacre.
Amare la sobrietà, rimanendo capaci di godere ed esaltarsi per ciò per cui vale la pena, ma anche di controllarsi e mai scadere.
Amare la misura, senza cedere alle tentazioni consumistiche.
Amare partecipare, noi che per farlo abbiamo sempre vinto la paura e il pericolo, sicuri di poter dare le risposte migliori ai problemi della nostra società.
Amare essere in cerca, continuamente; in cerca dell’equilibrio del saggio e del forte, che con sforzo e ostinazione tende alla crescita nella coerenza.
Amare la propria storia, fieri del fatto che il cammino dell’uomo attraverso i secoli ha toccato le sue vette nell’Atene del V secolo a. C. e nella Roma monarchica, repubblicana e imperiale; nel nostro luminoso Medioevo; nello splendido fervore intellettuale del Rinascimento.
Amare le proprie radici religiose, che ci chiamano a seguire il solco rivoluzionario tracciato dal Dio fatto uomo in Gesù.
Amare la vita, dal concepimento alla sua fine, con le sue meraviglie e i suoi handicap, convinti che ogni uomo possa realizzarsi e vivere degnamente, a prescindere dalle potenzialità che gli sono state donate, con la sua energia interiore e la sua volontà.
Amare la natura in tutte le sue forme, che hanno dato vita alla nostra civiltà, che intorno alla natura si è formata e dalla natura ha imparato e sempre ricevuto quanto le serve per vivere.
Amare che l’uomo ami la donna e la donna l’uomo, perché solo l’amore eterosessuale può creare una famiglia, e solo la famiglia può preservare e arricchire la società, perpetrando in essa i valori che la fanno salda e solidale e vera comunità, e non accozzaglia di egoismi.
Amare l’obiezione di coscienza, sicuri che ci sono leggi non scritte che sono al di sopra di quelle scritte: occorre saper distinguere bene perché a volte “summum ius, summa iniuria”.
Amare porre al primo posto nelle scelte di politica economica la salute e la formazione, di elevato livello per tutti, e non qualitativamente proporzionale al censo.
Ecco. Qualcosa sicuramente ho dimenticato.
Ma quello che vorrei fosse chiaro è che, prima di tutto, esser “di destra” nel senso che abbiamo specificato è bello, bellissimo. E soprattutto è ora di finirla con quel senso di vergogna imposto dalla pseudocultura nata dalla “Resistenza”; è ora di finirla di credere che le persone intelligenti e che fanno cultura in questo paese siano tutte di sinistra. La loro non è vera cultura. Lo fanno credere perché solo loro hanno in questi ultimi sessant’anni avuto i mezzi, gli spazi e il riconoscimento e la legittimazione di chi ha comandato. E se ci pensate, pur avendone avuto la possibilità e il monopolio come forse in nessun altro periodo della nostra storia, questi “intellettuali” di sinistra non è che abbiano creato poi un gran che! Hanno soltanto “occupato” tutto.
Noi siamo gli eredi della grandissima tradizione culturale italiana.
Svegliamoci!
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