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01-02-2009 LO SCANDALO BATTISTI
Clicca sull'immagine per ingrandirla di Stefano Doroni

Scandalo è una parola che suscita ricordi di pruriti moralistici, che si abbina sovente al bieco pregiudizio del bigottismo. Dichiararsi scandalizzati ci fa dunque sentire immediatamente parte di una retrograda classe di ottusi borghesucci baciapile. Ma stavolta scandalo è la parola giusta, e la si può e deve usare senza tema di incappare in un bavoso perbenismo: perché lo scandalo è politico, ed umano, morale (non moralistico, si badi bene). Ci si deve sentire scandalizzati, e gravemente offesi come italiani e come gente onesta (almeno per chi onesto lo è e non si ripara dietro miserabili distinguo di tipo ideologico), per l’estradizione di Cesare Battisti che il Brasile sta negando all’Italia. Ma quale rifugiato politico: quello è un assassino comunista che per fare la sua rivoluzione bolscevica ha ammazzato a sangue freddo, che predicava la lotta armata insanguinando – insieme ai suoi scellerati compari – un’Italia tenuta sotto attacco almeno per tutti gli anni Settanta. Già: gli anni di piombo. Quelli su cui l’intellighenzia comunista (professori, intellettualoidi, giornalisti, politici di varia risma e levatura) ma anche certa «base» ben ideologizzata vorrebbe finalmente far calare un comodo sipario che coprisse per sempre gli scheletri impresentabili che la sinistra rossa si trascina dietro come ingombranti fantasmi.
A far calare quel sipario sembrerebbero concorrere le inaccettabili protezioni di cui gli assassini rivoluzionari godono all’estero, a cominciare dalla Francia, che iniziò ad avere simpatia con certa gente quando si mise ad osannare i giacobini forcaioli più di due secoli fa. Proprio in Francia il Battisti aveva trovato asilo fuggendo dall’Italia e dalla giusta pena che lo aspettava, come l’altra famosa brigatista Marina Petrella che tutt’ora si trova nella morbida culla transalpina invece che nelle carceri italiane, dove sarebbe il suo posto. Il Battisti, dopo essersi inventato sedicente scrittore in terra gallica, se n’è andato in Brasile. E qui, quando l’estradizione sembrava cosa quasi fatta, ha cominciato a lamentarsi che in Italia l’avrebbero ammazzato – poverino! – manco fosse uno sventurato martire, un sansebastiano; e i politici carioca, a cominciare dal presidente Lula più vicini all’arroganza noglobal che alla logica occidentale della democrazia, hanno colto l’occasione per fare del terrorista mai pentito un’icona del perseguitato, recando grave offesa all’Italia – oltre che alle vittime di quel macellaio e ai loro cari – considerata come un Paese dove non si giudica secondo il diritto ma si perseguita come in qualsiasi bieca dittatura. E così il Battisti potrà presto prendersi il sole sulla spiaggia di Copacabana, fra procaci signorine e colorati drinks, in barba alle famiglie che ha distrutto e al Paese verso cui ha un debito molto pesante da pagare. Infatti ha detto di scegliere Rio de Janeiro come sua residenza, mica di andare a fare il missionario nelle favelas o nel depresso nord est brasiliano!
Qui sta lo scandalo: che ci siano degli assassini che la fanno franca solo e soltanto perché sono assassini rossi, che la sinistra di ogni latitudine continua a proteggere e a volte perfino a corteggiare. Inutile usare parole politicamente corrette o arrampicarsi sugli specchi: qui il problema è politico, o meglio ancora ideologico. Da sinistra si pretende sempre più insistentemente che si chiuda una pagina di storia, quella pagina di storia, cioè il capitolo del terrorismo comunista rivoluzionario, la stagione del brigatismo, della rivolta armata, di «Lotta Continua», per intenderci. Lo chiedeva tempo fa la figlia della Petrella, usando la scusa della mamma malata magari sperando di toccare le corde lacrimevoli dei soliti italiani dalla facile commozione. Lo chiedeva in questi giorni, in una trasmissione radiofonica, la giornalista di Liberazione Rina Gagliardi, che cercava di diluire la gravità della situazione in una strana melassa politica che faceva da improbabile anestetico per ferite ancora aperte. Linguaggio fumoso e sfuggente della solita sinistra che con i distinguo e le famose «contestualizzazioni» finisce per dar ragione a chi ha torto cercando di proteggere una propria presunta e del tutto immotivata purezza ideologica e morale. Insomma, con la scusa della «stagione politica» ormai finita, i compagni di oggi si permettono di cavarsela con generiche prese di distanza dalla violenza terroristica tentando nel contempo di appannare e addolcire l’immagine terribile di quei «compagni che sbagliavano» ma di cui in fondo condividevano quegli stessi lugubri idoli totalitari che oggi, per necessità storica, devono essere prudentemente e opportunamente rinnegati anche da chi da quegli anni è uscito grazie ad un più o meno posticcio maquillage riformistico e democratico.
No signori, quella stagione terribile non si può chiudere semplicemente perché non è ancora chiusa. E non potrà dirsi chiusa finché qualcuno di questi odiosi assassini godrà di indebite libertà e protezioni rifugiandosi in Paesi compiacenti dove possano continuare a vivere indisturbati, proprio come hanno fatto certi criminali nazisti. Se si dà la caccia agli uni, che si dia anche agli altri, a meno di usare i soliti doppi pesi e doppie misure. Che poi è ciò che sta succedendo, ed esattamente ciò che la sinistra rossa vuole: i crimini di destra sono il male assoluto, quelli di sinistra sono semplicemente eccessi, piccole derive saltate fuori da un’ideologia del bene. E invece sono fedeli interpretazioni ed attuazioni di un’ideologia antiumana. Ma siccome quell’ideologia è ancora alla base di certa sinistra apparentemente moderna ma in realtà nostalgica e antidemocratica, si impone la strategia della dissimulazione, della menzogna, del nascondimento e dell’omertà.
Contrariamente a quanto ci siamo sentiti dire dal Ministro della Giustizia brasiliano l’Italia non è «ferma agli anni di piombo», sono semmai quegli anni che ancora stendono su tutti noi un lugubre velo di violenza e di ingiustizia proprio perché, a causa della menzogna culturale della sinistra, i conti con quella buia stagione sono ancora tutti da fare. Dal canto suo il Brasile farebbe meglio a fare i conti con i suoi mali, con i milioni di disperati che gemono nella più infame miseria, piaga che tradisce quel motto - «ordine e progresso» - che campeggia orgoglioso sulla bandiera verde-oro. Pensino al loro medioevo piuttosto che ai nostri anni di piombo. Non basta dire che quell’epoca dev’essere superata, dal momento che non ci sono le condizioni per farlo, poiché si perpetua da una parte il rito moralistico e opportunista dell’antifascismo militante, mentre dall’altra non si impone, per colpa della solita cultura di matrice marxista, la pratica dell’anticomunismo morale, salutare per ogni democrazia che voglia veramente essere tale. Condannare i criminali del nazifascismo in sempiterno e pretendere che quelli del comunismo armato vengano considerati non per quello che sono, cioè spietati assassini immeritevoli di qualsiasi umana considerazione, ma come esponenti un po’ caratteriali di un’ideologia liberatrice dell’umanità è un’operazione indegna. La stagione del terrorismo rosso deve restare aperta, con tutte le sue ferite sanguinanti, finché non verrà fatta giustizia. E quella stagione infatti continua perché al terrorismo delle pallottole e dei giornali rivoluzionari si è sostituito il terrorismo della menzogna e della bugia, arte in cui la cultura marxista è maestra, come si vede sui giornali, in televisione e perfino nella scuola, dove si forma un’opinione pubblica drogata, resa capace di credere a vergognosi capovolgimenti della realtà e della storia. Il tempo, si dice, sana ogni ferita; ma non si può pretendere che questo valga solo per chi predicava la violenza bolscevica. Non si può fare omaggio di un immorale buonismo solo a chi sparava in nome della rivoluzione marxista, mentre su chiunque altro viene lanciato un anatema eterno. Vedere, e far vedere, la storia attraverso lo specchio deformante dell’ideologia è un’operazione culturalmente criminale e rende chiunque lo faccia moralmente complice di chi si rese protagonista di una stagione vergognosa.
Se dunque non è ancora chiusa la stagione della guerra civile perché ancora si agitano i fantasmi dell’antifascismo etico, che serve a coprire le vergogne del comunismo massimalista semplicemente evitando di parlarne; se in Italia non si è ancora giunti ad una pacificazione autentica e al superamento dei contrasti della stagione del dopoguerra, per quale motivo dovrebbe chiudersi quella pagina straziante per troppi e vergognosa per molti che ha visto scatenarsi la furia del comunismo armato? Semplicemente perché è una stagione comunista e i compagni, per via del loro delirio di superiorità e della loro pretesa di privilegio morale, vogliono nascondere le infamie di un passato di sangue che porta il marchio della loro ideologia, e pretendono che la storia che riguarda il comunismo sia solo agiografia. Al di là del bene e del male; no, il male è ciò che quegli scellerati (come Battisti) hanno commesso, il bene è ciò di cui non sono capaci. Perciò quella pagina dolorosa resta – giustamente – aperta giacché permane un inaccettabile squilibrio fra vittime ed assassini. Ecco, le vittime: a quelle non pensa nessuno, e nemmeno ai loro cari, rimasti a piangere, straziati dal destino e oltraggiati dalla beffa. L’espressione «omicidio politico» è un’assurdità. Un uomo non muore di meno se viene ucciso in omaggio a qualche disegno ideologico. E se poi quel disegno corrisponde ad un progetto menzognero che sembra promettere il bene dell’umanità per causarle invece il più atroce dei danni – questo è il comunismo – allora quei delitti sono ancora più atroci e quella pagina ancora più vergognosa.
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