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:: L'editoriale del numero 27 - Gennaio 2009 ::
La crisi e noi...
Questa crisi quasi planetaria sembra che dovrà toccare il suo apice nel corrente 2009. Nonostante sia veramente difficile proviamo a dire la nostra anche in questo frangente e, se a qualcuno non piacerà, pazienza.
Partiamo da una considerazione un po' provocatoria: questa crisi, che purtroppo lascerà morti e feriti, in parte è una recessione (già in atto piaccia o no) in parte è un terremoto, speriamo non troppo devastante, che rimetterà le cose al loro posto. Avevamo creato un mondo virtuale basato fondamentalmente su tre punti cardine:
a) i soldi non si fanno con il lavoro ma con la capacità di contrarre debiti e sulla fantasiosa raffinatezza di questa capacità si evolve una teoria di moltiplicazione finanziaria;
b) parte dei soldi fatti con i debiti serve per essere consumata a proprio beneficio, l'altra parte per moltiplicare sé stessa;
c) bisogna consumare sempre e il più possibile perché più si consuma e meglio si sta, dimenticando il principio che bisogna consumare ciò che si è in grado di pagare con mezzi propri (in altre parole non si può chiedere un prestito per andare in settimana bianca).
Insomma una follia collettiva dove molti si illudevano di arricchire mentre in realtà arricchivano in pochissimi. Poi, come sempre capita, il giocattolo si è rotto frantumando quel bel mondo virtuale che non ha retto a sé stesso. Tanto per fare alcuni esempi il sistema liberista statunitense, con la sua rigida teologia del mercato quale supremo giudice ed arbitro, si è riconvertito ad un più umanistico solidarismo e nelle due amministrazioni, quella uscente Bush e quella entrante Obama, ha prontamente annunciato che lo Stato doveva mettersi le mani in tasca e far fronte alla bisogna (scusate la digressione ma la vitale capacità americana di ripensare se stessa non finirà mai di stupirmi piacevolmente). D'altro canto il sistema bancario inglese, quello della City per capirsi, dove tutti andavamo ad apprendere il 'Verbo' bussando timidamente, si è rivelato una voragine dove quelle famose banche si dividono in due grandi settori: quelle fallite e quelle che stanno per fallire (anche gli inglesi si sono frugati in tasca ma, forti della loro intramontabile ed inossidabile spocchia, hanno evitato di mettersi in discussione e non hanno detto nemmeno 'sorry', che francamente mi sarebbe sembrato il minimo). Non mi dilungo oltre ma come esempi mi sembrano sufficienti.
E noi? Noi in realtà siamo quelli messi meno peggio perché non siamo mai diventati fino in fondo quello che gli altri avrebbero voluto che diventassimo. A parte i prestiti per le settimane bianche e per acquistare l'ultimo modello di telefono cellulare (che a oggi si rivelano largamente insoluti) da noi chi fa il mutuo per la casa lo fa veramente per comprarsi la casa che poi difende con le unghie e con i denti. Un robusto zoccolo duro della popolazione ha consumato di quel che poteva permettersi ed è arrivato a concludere una comune vita di lavoro con qualche decina di migliaia di euro nella stalla. Insomma stiamo meglio, o almeno meno peggio, perché in larga parte non abbiamo obbedito al piffero degli incantatori di serpenti.
Peraltro la relazione della Banca d'Italia delle scorse settimane preannunciava un anno di lacrime e sangue. Sicuramente sarà vero però devo dire che da oltre trentacinque anni seguo le relazioni della Banca d'Italia, molti governatori si sono susseguiti ma tutti hanno avuto delle caratteristiche comuni: sono sempre stati tristi, grigi e funesti. Per fortuna che non c'hanno mai indovinato perché altrimenti il popolo italiano sarebbe morto di stenti da chissà quanto.
Ci sarà chi starà peggio, ma ci sarà anche chi avrà dei benefici, pensiamo a tutti quelli a reddito stabile e fisso: dovrà pur calare il costo della vita. Se è vero come è vero che il petrolio sei mesi fa costava 150 US$ al barile ed oggi costa 35 (leggasi trentacinque) US$ al barile tutto questo dovrà pur avere una ricaduta sull'economia reale: la realtà non è più nemmeno assurda, è grottesca. Tra quelli che staranno peggio ci saranno anche quelli diventeranno poveri e andranno aiutati, come peraltro mi sembra si stia iniziando a fare.
Ma comunque andrà aiutato chi genera lavoro perché in questo sta la chiave che apre la porta alla ricrescita. Con un distinguo preciso e imprescindibile: bisogna aiutare l'industria, non gli industriali. Siccome questo è l'editoriale degli esempi ne faccio un altro e sarà l'ultimo: la FIAT sforna 2.500.000 veicoli all'anno, di questi solo 650.000 sono prodotti in Italia. A noi interessa preservare il posto di lavoro ai dipendenti ed all'indotto, non garantire il dividendo agli azionisti. Certo, è impresa tecnicamente difficilissima perché è difficile scindere ma tant'è: l'intero settore auto in Italia occupa globalmente 1.000.000 di persone tra diretto e indiretto, dipendenti e categorie di liberi professionisti, commercianti, trasportatori ecc. Dobbiamo occuparci solo di questi.
A proposito, anche se in ritardo auguri di buon 2009 a tutti, dopo tutto quel che si è detto ce ne sarà di certo bisogno...

Sem Petrucci
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